Non solo monete!…L’origine di Palazzo Morani, sede del Municipio del Comune di Prevalle

Palazzo Morani-Cantoni (sec. XVIII)

Risalendo la sponda del fiume Chiese prima di Gavardo, porta che accede alla Valsabbia, dove degradano le asperità di Serle e ai piedi del tortuoso monte Budellone si apre la piana di Prevalle. Qui, in tempi immemori, risanate le terre acquitrinose, sorsero le contrade di Goglione e qui ebbe inizio la storia del paese. Oggi, Prevalle conserva ancora numerosi angoli che trasudano di passato e tra questi alcuni veri e propri tesori. Forse il più importante e di certo il più affascinante, è il Palazzo Morani-Cantoni, oggi sede del Municipio. Così esordisce il Lechi, autore di una monumentale opera sulle Dimore Bresciane, nel capitolo ad esso dedicato: "Là, dove la pianura si interrompe qui a terrazza guardando verso il Chiese, e qui si erge solitario questo gran palazzo incompiuto ma, per molti versi, interessantissimo. Palazzo di grande mole ma bene equilibrato nel volume delle masse. Il corpo centrale si eleva non troppo, ma quanto è sufficiente, per rendere armonico l'insieme. Il palazzo fu realizzato per opera del conte Giovanni Morani verso la prima metà del Settecento. La famiglia Morani, che rappresenta una fugace realtà del panorama nobiliare bresciano acquistava i terreni in località Notica nel 1731 dalla famiglia Conter costretta a ciò dagli ingenti debiti accumulati. Non sappiamo con precisione la data di inizio dei lavori ma sull'arcata nel fondale del vasto brolo sito a mezzogiorno, si nota un'iscrizione con la data 1752. Una conferma, si direbbe, circa l'epoca di costruzione della fabbrica. L'opera, tuttavia, non venne mai ultimata. Il conte Morani, probabilmente per sopravvenute disgrazie familiari, abbandonò la costruzione che rimane tutt'oggi un'opera incompiuta. Non sappiamo, ad esempio, la funzione attribuita al vasto corpo centrale turriforme, forse una enorme sala da ballo, mentre l'altro salone di fianco presenta ancora i resti di un affresco con una prospettiva che forse preludeva ad un utilizzo come teatro. Anche nella tradizione popolare è sempre stato riferito come "sala del teatrino". A queste imponenti sale si accede per mezzo di uno scalone di grande effetto scenico. Per successive eredità, estintasi la famiglia Morani, il palazzo passò alla famiglia Camplani e quindi alla famiglia Cantoni ma da nessuna di queste venne mai completato. Proprio per questa sua particolarità che lo vide per lunghi periodi disabitato e comunque dotato di ampi spazi mai abitati del tutto, venne circondato anche da un alone di mistero. I racconti di cunicoli sottostanti e la presenza del famoso trabocchetto hanno accompagnato molte generazioni e tutt'oggi numerosi sono coloro che chiedono dove si trovino e dove portino questi enigmatici sottopassaggi che dal palazzo si dipartono in più direzioni. Famigerate feste culminanti con il sacrificio di giovani e fanciulle gettate in una fossa punteggiata da lame acuminate. Quante volte si è udito sussurrare di questo e di altro con tono sommesso e timorato. Che dire poi della piccola e fiera colomberina che si eleva dai tetti. Un tempo questa era ritenuta sede imperturbabile degli spettri dei vecchi abitatori del palazzo. Non di rado si faceva a gara per portarne le prove raccontando episodi fino nei dettagli sulla presenza di un fantomatico fantasma nelle vesti di un frate, forse a ricordo di un conte Morani fattosi frate e sepolto nella chiesa di San Zenone verso la fine del Settecento. Dunque, un Palazzo pervaso dal fascino del mistero e della leggenda ma che custodisce curiosità ancora più inusitate. Come per esempio gli inediti e curiosissimi graffiti di cui è tappezzato il rustico vano che sovrasta le sale del primo piano. Qui, diverse generazioni hanno lasciato con mezzi ed espressioni legate al mutare dei tempi, dal carboncino al gesso, dal lapis fino al pennarello i segni della propria noia, della propria vena goliardica, della voglia di esserci e ...da ultimo, della propria personale sofferenza. I primi tratti a carboncino sono databili verso la fine del Settecento mentre le ultime scritte risalgono ai restauri degli anni Ottanta. Tra i primi spicca un possente e sempiterno " sarà un cojò chi legge" con immediata e altrettanto inequivoca replica "et un porco chi ha scritto di sopra". Un vero repertorio di rara espressività! Ma la storia del Palazzo non si ferma qui. In passato fu sede di una vera e propria stazione meteorologica. Nel 1883-1884 il proprietario l'ingegnere Geronimo Cantoni, già combattente in occasione delle gloriose Cinque Giornate di Milano del 1848, Deputato nel 1865 e nel 1867 vi installò una sua personale stazione di rilevazione meteorologica di cui pubblicò le "Osservazioni Termopluviometriche" sui Commentari dell'Ateneo di Brescia. Nel 1869, lo stesso ing. Geronimo Cantoni, cercò di dare una nuova denominazione al luogo, da tutti, mappe e cartografie locali comprese, indicato come "Palazzo", proponendo al Consiglio Comunale di Goglione Sotto la nuova denominazione della tenuta: "Aratro". Il Consiglio Comunale, all'unanimità, si schierò invece per lasciare inalterata l'attuale denominazione. Ma siamo certi che la storia di questo Palazzo non è tutta qui: chissà quanti altri segreti si celano tra le pietre di questi muri, tra gli anfratti e le nicchie di questo imponente fabbricato. "Palazzo delle cento finestre" lo chiamavano gli anziani del luogo un tempo, estasiati dalla interminabile sequela di aperture che danno sul magnificente "Viale dei Gelsi" in una prospettiva di grande effetto. Un'ultima sorpresa si disvela anche qui: la vera facciata del Palazzo si rivolge non già, come parrebbe evidente, verso il paese, ma verso la verde campagna del Chiese e verso le soavi colline moreniche con richiamo esplicito allo stile delle nobili dimore gardesane del secolo XVIII. Forse, vogliamo immaginare noi, una felice intuizione premonitrice, che lo rende oggi visibile e noto ai molti viaggiatori che dalla tangenziale Brescia-Salò ne salutano l'imponente corpo e la "vera" facciata scoprendone l'inveterata bellezza.

 

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